Coscienza - Evoluzione e Immortalità. Significato

Sabato, 13 Aprile 2024 19:12 Scritto da
Coscienza - Evoluzione e Immortalità. Foto: Io Sono il Donatore è un libro, data l'importanza spirituale del messaggio contenuto nel testo, l'autore decide negli anni ’80 di pubblicarlo in Italia e di distribuirlo gratuitamente.

Coscienza, Evoluzione e Immortalità.

Un discorso va fatto riguardo il senso della vita; la domanda che ogni individuo si pone: cosa serve vivere, amare, soffrire se poi tutto ha una fine.

Se dovessimo analizzare la storia evolutiva del genere umano non possiamo non vedere l'evoluzione dell'uomo tendere verso la perfezione, non solo fisica, ma soprattutto nelle facoltà psichiche.

In questa evoluzione il genere umano fa una passo avanti e due indietro.

L'inerzia non è dovuta ad imperfezioni nella materia di cui l’uomo è composto, ma a una anomala evoluzione della specie, il senso di distruzione e di violenza che anela nell'uomo lacera il cammino dell'uomo come un batterio patogeno. 

Con la “Teoria delle Coscienze Multiple” (1) si è fatta luce su processi psichici; teoria che possiamo ampliare ad ogni forma vivente.

Servono miliardi di cellule per comporre l'uomo, abbiamo visto che tutte queste componenti hanno una coscienza.

L'uomo agisce in base alla sua coscienza, che è la risultante di tutte le coscienze che lo compongono.

Ma quando l'uomo muore, le cellule che lo compongono si sgretolano, smettono di vivere anch'esse. La coscienza muore o passa solo ad un altro stato?

Se la coscienza cellulare è una caratteristica della cellula, quando questa muore tutto va perso, tutto sarà stato vano?

Ma se la coscienza che compone la cellula è una risultante dei componenti della cellula, allora la coscienza sopravvive alla cellula nei componenti che la costituiscono, siano queste: molecole, atomi e, perché no, nei componenti degli atomi: mi riferisco in modo specifico ai neutroni(2).

Sembrerebbe fantascientifico immaginare che i neutroni serbano qualche contenuto di informazioni che non sia quello di particella subatomica con una massa e carica elettrica netta pari a zero.

Ma se questa teoria un giorno fosse convalidata sarebbe la prova che l'uomo sopravvive nella coscienza degli elementi che lo compongono. Questi componenti dopo la morte dimorano disattivati in altre specie: vegetale, minerale; fino a tornare a comporre un nuovo organismo umano che concorre all'evoluzione. La modalità e l’organizzazione di cui faranno parte nel nuovo organismo sarà compito della Natura.

La prova di questa nuova coscienza risvegliata in un nuovo organismo sta nel comportamento corretto, la sua coscienza serba un ricordo, la memoria.

Ogni essere umano è unico, il suo temperamento va al di là della componente genetica, presenta aspetti innati nella personalità.

Certo ogni uomo è composto da miliardi di cellule e tutte queste componenti hanno una coscienza, ognuna fa il lavoro in base all'organo di cui fa parte, le coscienze più evolute faranno parte delle componenti organiche più rilevanti. C'è una analogia con l'umanità, tanti individui che coordinano ognuno con il proprio compito in base alle proprie capacità.

Non si tratta di reincarnazione, ma di evoluzione della coscienza della specie umana, servono miliardi di cellule per comporre un uomo e nei miliardi di componenti che comporranno l'uomo nuovo ci saremo tutti, nessuno è fuori dal gioco.

Note: 

(1) cap. IV Coscienza, Intelligenza, Volontà Testo: Io Sono, il Donatore di Cinzia Sibilla Biffino. Edizioni Sibilla. Avalon Genova.

(2) Neutrino physics - Alternative Theories of Gravity. D. Raso 2023 University of Genoa, Faculty of Engineering.

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Letto: 230 volte Ultima modifica il Venerdì, 26 Aprile 2024 21:46

L'intelligenza è la forza direttiva.

La volontà è la forza propulsiva.

L'uomo diventa migliore si "divinizza" allorché queste due forze si incontrano in un stesso punto di applicazione.

Il proprio autocontrollo, fa si che essi si convincono a restare fermi ai loro posti senza che le potenti onde della mente e delle idee contrarie lo possano agitare, o le cattive passioni spinte dell'egoismo.

Colui che riuscirà a dominare se stesso, sarà superiore a quanti non avranno saputo sottomettere la propria personalità, cioè colui che che domerà la sua natura inferiore (inconscio) rendendola docile strumento della sua individualità.

Ma colui che si prefigge lo scopo di dominare gli altri senza prima aver dominato sé stesso, rimarrà assai deluso e amareggiato dalle esperienze del mondo.

E' opportuno che colui che aspira a vivere nella serenità e lungimiranza, compia qualche sforzo di introspezione se vorrà vedere verso di lui rispetto degli uomini di buona volontà e di vera intelligenza, non curandosi degli sciocchi che non capendo si limiteranno nel cammino della verità e della conoscenza.

L'unica cosa che ci possa interamente soddisfare, che ci faccia vivere in pace (con noi stessi e con gli altri), è la consapevolezza di aver superato un gradino in più della scala dell'evoluzione e aver forgiato il nostro orizzonte intellettuale; ideali elevati, nel vigore della mente, nella potenza del pensiero, nella forza di volontà e nel suo proprio dominio.

Bisogna praticare, se si vuole attenere questo risultato, quotidianamente la concentrazione nelle sue due modalità: oggettiva e soggettiva.

L'uomo che non capisce perché, e per quale motivo è venuto al mondo, né qual è il fine della sua vita, né quale destino gli è riservato, progredisce istintivamente, subcoscientemente, senza piena conoscenza di sé al pari di un animale razionale.

Ed è quindi vero che i mezzi più efficaci per rinforzare la mente ed allargare il raggio d'azione dell'intelletto sono lo studio individuale su ciò che siamo e cosa realmente vogliamo; è importante documentarsi, ma non si può affermare decisamente che siano i libri la vera fonte del sapere, ma lo studio diretto del mondo e degli uomini è la fonte eterna di conoscenza attiva, di modo che, per noi, ciascun individuo sia l'espressione del suo vero essere.

Per quanto concerne le letture, ci si deve mettere allo stesso livello mentale dell'autore (cosa assai difficile), quasi ad iniziare, in questo caso un dialogo con lui seppur morto da una infinità di anni!

La mente è una, e nello stesso tempo varia.

E' una, soggettivamente; varia oggettivamente.  

La coscienza individuale si può considerare, come la fase o la foggia più elevata della coscienza umana.

Nell'aspetto inferiore dell'uomo si identifica la coscienza personale, quando egli, offuscato dalle cose materiali e abbagliato dal mondo oggettivo si immedesima con la personalità tanto da non riconoscere, anzi, negare il suo vero essere.

L'uomo si concentra oggettivamente e riconosce il suo vero io, prendendo quindi coscienza della sua individualità, solo quando si rende conto che né il corpo, né le emozioni, né alcuno dei sui pensieri sono realmente il suo essere.

 Nella concentrazione oggettiva, detta dai psicologi introversione, e rimanendo se stesso nel suo intimo, potrà notare che l'Io può scindersi in due aspetti distinti.

Questi due aspetti sono l'"io" e il "me".

Solo in questo modo si può capire l'attuazione dell'Io su se stesso, e la fattibilità che l' "Io" si identifichi con l' "io" (nell'introversione), così espressa l'identificazione sembra una cosa superflua, mentre se si identifica dell'"Io" con il "me", assume il carattere di logica razionale.

Chi non l'avrà per introspezione sperimentata, la scissione dei due aspetti dell'individualità, "Io" e "Me" sembrerà irreale e fantasiosa; mentre è una verità evidente per gli studiosi di questo "strano" fenomeno psicologico.

 

L'Io è l'aspetto maschile; il Me, quello femminile.

L'Io prende ugualmente il nome di individualità, mente attiva, coscienza operante.

Il Me si denomina anche coscienza ricettiva, mente passiva o personale.

Quasi tutta l'umanità quando dice "Io", si riferisce al "Me".

La coscienza che abbiamo del nostro corpo fisico con le sensazioni in essi prodotte dai sensi si identifica nel Me.

Gli esseri umani più arretrati nel loro sviluppo spirituale, fanno convergere la loro coscienza nell'aspetto fisico e materiale della vita; vivono nella loro personalità.

Altri ancora, avendo un maggiore grado di arretratezza, stimano tutta loro roba, la mobilia, il guardaroba e tutti i gingilli personali, parte integrante del loro essere.

 

L'uomo evoluto, scinde dal suo corpo fisico l'idea del Me,considerandola non più parte integra del suo essere, bensì come uno strumento di espressione e manifestazione di cui si serve nel corso della sua vita terrena.

Indubbiamente l'uomo si identifica con le sue emozioni, idee, soddisfazioni e il ripugna fin tanto che si accorge che anche questi stati d'animo e di mente sono sottoposti a mutamenti e alle leggi e dell'attrazione.

La prima cosa da capire per prendere consapevolezza, è essere centrati nella esistenza nella sua quotidianità, centrati ogni minuto, sopratutto nelle piccole cose di ogni giorno.

La consapevolezza deve essere un fenomeno continuo.

Ma può essere solo quando diventa privo di sforzo.

Sforzandoti, perderesti questo contatto, perché se ti sforzi, ti dovrai riposare.

Lo sforzo non può essere continuo, è impossibile.

Come puoi sforzarti continuamente?

Ti stancherai e poi ti dovrai riposare. Ad ogni sforzo segue il rilassamento.

Per cui se la consapevolezza è raggiunta con lo sforzo non potrà essere un flusso costante, continuo.

Ci saranno momenti di rilassamento dallo sforzo.

La vita è pulsione, si muove sempre tra gli opposti.

Sforzati - e ti dovrai riposare. Fa un altro sforzo e poi di nuovo riposo.

Ma c'è una consapevolezza che va al di là della vita; il trascendentale, in questo caso non c'è più pulsazione: è del tutto priva di sforzo, è spontanea.

Ma la cosa veramente importante per prendere consapevolezza è la caduta dell'Ego, il tuo Ego.

Se non c'è l'ego potrai realizzarti, ma con l'Ego, neanche un Buddha ti potrà guidare, segui totalmente oppure non seguire nessun comportamento ma in ogni caso sii totale.

Non farti imbrogliare dalla mente e guarda profondamente dentro di te.

Prendi coscienza di quello che stai facendo, e se ti stai arrendendo, allora arrenditi.

 

Una volta è successo una cosa, in un gruppo di Gurdjieff: aveva richiesto una resa assoluta - qualunque cosa avesse detto loro dovevano ubbidire.

Li stava aiutando a praticare un certo esercizio, l'esercizio dello stop.

Non appena avesse detto. "Stop!", dovevi fermarti, qualunque cosa stessi facendo.

Una mattina i discepoli stavano facendo esercizi all'aperto.

Gurdjieff improvvisamente disse: "Stop!"

Quattro di loro stavano attraversando il canale, con grandi rischi.

Questo è resa totale, questo è abbandono totale.

Il problema non è di piacere alla mente, se la mente dice sì o no.

Arrendendoti, hai rinunciato alla possibilità di dire no!

Il sì totale è arrendersi!

E' difficile. Per questo la caduta del'Ego non è facile.

Per sapere se sei veramente consapevole fatti queste domande: 

- La consapevolezza mi è davvero naturale?

- Non hai più bisogno di nulla?

- C'è sempre l'Ego, qualsiasi cosa tu faccia? O devi ancora sforzarti per raggiungerla?

Se c'è uno sforzo diventa una cosa forzata, è una cosa forzata non è naturale, ed una consapevolezza innaturale non è vera consapevolezza - esiste solo alla periferia, non dentro di te, perché se esistesse dentro di te non c'è nessun bisogno di sforzarsi.

Prima di iniziare il cammino verso la consapevolezza, ognuno deve chiedersi: se sei diventato consapevole di chi sei veramente, se hai messo radici nella tua vera natura.

Ma ricordati: la consapevolezza, l'attenzione cosciente, possono essere continue solo quando sono prive di sforzo.

L'adozione di un'etica utilitaristica nella vita è una necessità che esige però il pagamento di un prezzo enorme.

Avete perso la festosità della vita.

Se tutte le vostre potenzialità sono portate a fioritura la vita diviene una festa, una celebrazione.

Allora l'intera esistenza è una cerimonia.

Ecco perché affermo sempre che religione significa trasformare la vita in una celebrazione.

La dimensione religiosa (e non intendo le sette di varie divinità con il termine religione) è quella festosa, del non utilitario, del gratuito.

La Mente Utilitaristica non deve essere scambiata per l'intera.

Quanto rimane... la parte maggiore... la totalità della mente.. non deve essere sacrificata.

La mente utilitaristica, non deve divenire il fine.

Non deve essere soppressa: deve essere usata come mezzo.

 

L'altra - quanto rimane, la parte maggiore, il potenziale - deve divenire il fine.

Questo è quando intendo per approccio religioso.

In un approccio religioso, la mente orientata al raggiungimento di un utile (utilitaria) diviene il fine.

Quando ciò succede, l'inconscio non ha più alcuna possibilità di porre in atto le sue potenzialità.

Viene negato.

Se l'utilitario diviene il fine, vuol dire che il servitore ha preso il posto del padrone.

L'intelligenza, la restrizione, la concentrazione della mente, è uno strumento utile alla sopravvivenza, non alla vita.

La sopravvivenza non è la vita.

La sopravvivenza è una necessità - mantenersi in vita nel mondo materiale è giocoforza - ma il fine ultimo rimane sempre quello di raggiungere alla fioritura delle proprie potenzialità; di tutto quello di cui siete nati.

Quando vi siete realizzati pienamente, quando più nulla dentro di voi è ancora soltanto in germe, quando tutto si è attuato, è giunto a fioritura, allora e soltanto allora potrete sperimentare la beatitudine, l'estasi della vita.

La parte che avete rinnegato, l'inconscio, può divenire attiva e creativa soltanto se arricchite la vostra vita di una nuova dimensione: la dimensione del festoso, del gioco.

La meditazione, di conseguenza non deve essere un lavoro, ma un gioco.

Pregare non è un affare serio, ma un gioco.

Meditare, riflettere, prendere consapevolezza non è un'attività finalizzata all'ottenimento di uno scopo (pace, felicità, scelte di vita...), ma qualcosa di cui si deve gioire come fine a se stesso in modo del tutto naturale e automatico.

La dimensione gioiosa è la cosa più importante da cogliere... e l'abbiamo persa totalmente.

Per festoso, gioioso, intendo la capacità di gioire, momento per momento, di tutto quello che vi tocca.

Vi porterò un esempio chiarificatore: io vi sto parlando.

Se sono ansioso del risultato, questo parlarvi diviene un occupazione, un lavoro.

Se invece mi indirizzo a voi senza alcuna aspettativa, senza alcun desiderio circa il risultato che le mie parole sortiranno, allora parlarvi diviene un gioco.

L'atto stesso in sé, è il fine.

La mente conscia vive in costante terrore dell'inconscio, poiché se emergesse, tutta la sua calma e chiarezza sarebbe spazzata in un attimo e tutto cadrebbe nelle tenebre... come in una foresta.

È così: avete disboscato un tratto di foresta, l'avete recintato e ne avete fatto un giardino.

La radura che avete creato nel bel mezzo della selva non è più grande di un fazzoletto, ma vi avete piantato dei fiori e tutto è lindo, ordinato, al suo posto.

Tutt'intorno però la foresta preme, selvaggia, incontrollabile.

Il vostro giardino vive in costante terrore.

In ogni istante la foresta può avanzare e ciò segnerebbe la fine.

Lo stesso accade a voi.

Anche voi avete coltivato una parte della vostra mente. 

Tutto in esso è chiaro.

Ma l'inconscio è sempre lì attorno e la mente conscia lo teme.

Ripetete di continuo: "Non addentrarti nell'inconscio. Non esaminarlo. Non pensarci neppure."

Il sentiero dell'inconscio è oscuro e sconosciuto.

Alla vostra ragione appare irrazionale.

Alla logica illogico.

Se quindi pensate di entrare in meditazione, o vi concentrate, non ce la farete mai: la parte pensante di voi non ve lo consentirebbe.

Questo assume l'aspetto di dilemma.

Non siete in grado di compiere nulla senza pensare, ma meditare il pensiero non vi è possibile entrare in meditazione.

Che fare?

Anche se vi vien fatto di pensare. " Io non penso!", questo è ancora pensare.

E' la parte pensante della vostra mente che afferma: " Devo smettere di pensare!"

La Meditazione non può uscire da un proposito razionale.

Questo è il dilemma; il massimo dilemma, che ogni ricercatore si trova presto o tardi ad affrontare.

In qualche luogo, una qualche volta, il dilemma si presenterà.

 

Chi sa esorta: "Salta! Non pensare!"

Ma voi non potete fare nulla senza pensare.

Ecco perché sono stati elaborati espedienti non necessari (e li chiamo non necessari perché, se faceste il gran salto senza pensare, non ci sarebbe bisogno di stratagemma).

Ma ciò vi riesce impossibile ed è quindi indispensabile un trucco.

 

Sull'espediente potete riflettere quanto vi pare.

La vostra mente pensante ci si troverà a suo agio, come non era il caso quando si trattava della meditazione.

La meditazione sarà un balzo nell'ignoto.

 

Sull'espediente, il trucco, potete lavorare razionalmente ad esso vi sbalzerà automaticamente nell'ignoto.

 

Lo stratagemma è reso necessario dall'educazione che la vostra mente ha ricevuto; altrimenti sarebbe superfluo.

Una volta compiuto, il gran balzo, direte: "Non era necessario alcun trucco; non ce nera affatto bisogno."

Sarà il senno del poi.

Sappiate soltanto dopo che non c'era bisogno di alcun espediente.

I maestri zen son soliti ripetere: "Non è necessario alcun sforzo; è facile."

Ma per chi non ha ancora valicato la barriera è un affermazione assurda.

E si parla soprattutto con coloro che non hanno valicato la barriera.

Un metodo quindi, un espediente, è artificiale.

E' soltanto un trucco per mettere a suo agio la vostra mente conscia e razionale, sicché voi possiate essere sbalzati nell'ignoto esistere.

 

 

 

 

La via della consapevolezza e della coscienza è il coraggio, quello di vivere, di conoscere e di cambiare.

La vita richiede un grande coraggio.

I codardi esistono, ma non vivono (sono privi di consapevolezza o carenti di coscienza), e una vita vissuta nella paura (di vivere) è peggiore della morte.

Persone simili vivono in una sorta di paranoia, hanno paura di tutto; e non solo di cose reali, essi temono anche cose irreali: temono l'inferno, hanno paura dei fantasmi, delle malattie, di Dio.

Hanno paura di migliaia di cose immaginarie, create da loro stessi o da persone a loro volta in paranoia.

E la paura diventa tale e tanta da rendere impossibile la vita, e prendere delle decissioni coraggiose, dunque consapevoli e in coscienza.

Solo chi ha coraggio può vivere e iniziare la via alla consapevolezza.

E il primo passo è imparare ad essere coraggiosi, a vivere malgrado tutte le paure.

Come mai è necessario il coraggio per vivere in coscienza?

Perché la vita è insicura.

Se ti abitui troppo alle sicurezze, alle certezze, resti confinato in un angolo minimo, ti costruisci una prigione con le tue stesse mani.

Sarà sicura, ma non sarà vita e la vita è fatta continuamente di scelte.

Sarà sicura, ma non ti darà avventura, né estasi alcuna.

La vita è un'esplosione, un entrare nell'ignoto e raggiungere le stelle!

Sii coraggioso, e sacrifica tutto ai piedi della vita: nulla ha più valore.

Non sacrificare la vita per cose da poco: denaro, sicurezza, certezza.

Non hanno valore!

Si deve vivere il più totale possibile: solo così può nascere la gioia; solo così diventa possibile vivere una beatitudine straripante, compiendo scelte coraggiose ossia consapevoli.

Certo ci sono luoghi che ti puoi riposare, ma si tratta solo di soste per la notte, al mattino si riparte, poiché devi esplorare l'ignoto.

 

Dovete apprendere una delle lezioni fondamentali della vita: non esistono dimore alcune; la vita è un pellegrinaggio senza inizio e senza fine.

La vita è un movimento costante, non arriva mai a un fine; ecco la vita è eterna.

La morte ha un inizio e una fine. Ma tu non sei morte, sei vita!

La morte è concepita in modo errato.

La gente crea la morte, perché aspira a delle certezze, a delle sicurezze.

È il desiderio di certezza che dà vita alla morte, e che ti fa avere paura della vita, e che ti fa esitare a entrare nell'ignoto.

L'unico nutrimento della vita è il rischio: più rischi, più sei vivo.

E una volta che hai capito, non per disperazione o per impotenza, ma sulla base di una coscienza meditativa; una volta che lo hai compreso, rimarrai eccitato dalla paura e semplice bellezza delle possibilità che esso dispiega davanti a te.

L'uomo riesce ad accettare il suo essere senza dimora solo nella disperazione; ma in questo caso, non comprende il senso di questa realtà.

Ed è proprio qui che l'esistenzialismo manca il punto.

Questi filosofi ci sono andati molto vicino: la verità era proprio dietro l'angolo.

Erano vicini quanto lo sono stati gli illuminati, ma l'hanno mancata.

E, anziché diventare estatici, essi divennero tristi per il fatto che questa vita non ha significato alcuno, non ha una meta, è priva di sicurezza.

Ne rimasero profondamente sconvolti; la cosa fu estremamente sconvolgente.

Anche gli illuminati arrivarono alle stesse conclusioni, ma, invece di precipitare nella tristezza, balzarono nell'ignoto.

Superarono ogni barriera, ogni limite.

Accettarono la vita così com'è.

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